Senechoir è un’abitazione storica con antico essiccatoio di castagne; il suo nome è un gioco di parole moderno, che unisce il toponimo del villaggio, Sénéchaz, al francese séchoir (essiccatoio). Rinato come luogo custode del passato contadino, scrigno di storia e tradizioni, in questo gioiello montano il tempo scorre lento, come il fumo che per secoli ha protetto il “pane dei boschi” della Valle del Lys.
L’edificio, risalente al XIX secolo, è organizzato su tre livelli. Il piano interrato è costituito da una sola stanza adibita originariamente a stalla. A piano terra si aprono due ambienti contigui, rispettivamente adibiti, un tempo, a camera-cucina e fondo. Al piano superiore l’edificio accoglie altri due ambienti, quelli che in origine erano l’essiccatoio delle castagne e il fienile.
Il piccolo abitato di Vers-Sénéchaz è ubicato a quota 838 m s.l.m., su un panoramico terrazzamento naturale aperto sulla Valle del Lys. Sorge lungo il versante sud-occidentale del massiccio del Monte Crabun (contrafforti valdostani del Monte Rosa). Ai piedi del villaggio, frazione di Lillianes, scorre il fiume Lys, in uno dei tratti vallivi più belli prima di sfociare, a Point-Saint-Martin, nel Dora Baltea.
Lo sviluppo di questo piccolo abitato, come dei numerosi nuclei limitrofi, è connesso alla presenza di un’antica viabilità di costa e di valico che da Fey risale il versante montano. Oggi la via, superati gli agglomerati di Le Miriou e Vers-Riasseu, raggiunge Vers-Fey, dove sorge la cappella di San Filippo e San Giacomo. Tutti questi insediamenti, un tempo, erano fondamentali per l’economia contadina del luogo, incentrata principalmente sulla pastorizia e la silvicoltura.
La storia di Sénéchaz è strettamente legata a quella di Lillianes, abitato che nel medioevo fu dominato dalla famiglia Vallaise, feudatari della Bassa Valle del Lys. A lungo unito a Perloz, Lillianes ebbe una sua parrocchia a partire dal 1614; divenne poi comune autonomo nel 1762.
Tutta la valle è un luogo simbolo della resistenza valdostana. Proprio qui nacque e operò la Brigata Lys, celebrata nell’omonimo Museo della Resistenza di Perloz. Indelebile il segno lasciato, nella memoria collettiva, dalla Battaglia della Valle del Lys, avvenuta il 25 luglio del 1944 nella zona di Issime. Una battaglia che purtroppo costò la vita a molti giovani, ma che ebbe il merito di mostrare alle forze nazifasciste le reali capacità delle forze partigiane, risultando senza dubbio una delle più efficaci azioni partigiane in Valle d’Aosta.
L’edificio risale, con ogni probabilità, alla fine dell’Ottocento, un periodo in cui l’architettura rurale valdostana era profondamente legata alle esigenze della vita contadina e all’impiego dei materiali disponibili sul territorio. Pietra e legno, lavorati secondo la tradizione locale, hanno dato forma a un edificio concepito per rispondere alle necessità quotidiane. Quando è iniziato il recupero nella primavera del 2023, la struttura portava evidenti i segni del tempo e dell’abbandono. Il lavoro è partito da ciò che rimaneva, consolidando la struttura e rinnovando gli elementi compromessi, con l’obiettivo di conservarne l’identità e restituire vita agli spazi senza cancellare le tracce della sua storia.














Nel recupero, ciò che apparteneva alla casa originaria è diventato una risorsa per il suo futuro. Le vecchie porte e parte delle travi delle coperture sono state smontate e trasformate in tavole, poi utilizzate per realizzare i nuovi infissi e architravi. Le pietre provenienti dalla vecchia copertura sono state invece recuperate per diventare nuove soglie e pavimentazioni interne. Materiali che da oltre un secolo appartengono alla storia dell’edificio continuano così a viverci dentro, con una funzione diversa ma conservando la propria materia, le imperfezioni e i segni lasciati dal tempo. Un modo di costruire che mette in continuità passato e presente, riducendo gli sprechi e preservando la memoria del luogo.




















La gra (o graà), l’essiccatoio, è indubbiamente l’ambiente più caratteristico di tutto il complesso, l’unico rimasto in tutto l’abitato. Esso rappresenta un’importante testimonianza della tradizione rurale del tardo Ottocento e di tutta la prima metà del Novecento: in questo ambiente, di fatto, confluivano le castagne raccolte dalle famiglie residenti a Sénéchaz.
La funzione primaria della gra è l’essiccazione delle castagne appena raccolte, fondamentale per la conservazione e la lavorazione.
L’interno della gra era strutturato su due livelli: al livello inferiore (fucular o camera del fuoco) veniva acceso e mantenuto un fuoco lento e costante. Il calore e il fumo salivano attraverso una griglia al livello superiore (plank o piano di essiccazione) costituito da un solaio forato o da una griglia su cui venivano sparse le castagne in uno strato uniforme.
L’essiccazione era un’operazione molto articolata, che poteva durare da dieci giorni a tre settimane e oltre. Era fondamentale controllare costantemente la temperatura per evitare di cuocere le castagne o di generare fumo eccessivo. Una volta essiccate, le castagne venivano fatte cadere dalla griglia e, in alcuni casi, venivano battute (con un apposito bastone o pestello) per separare la polpa dalla buccia indurita e dalla pellicola interna. L’arieggiamento avveniva tramite piccole fessure vicino al tetto che permettevano la fuoriuscita del fumo e dell’umidità in eccesso, garantendo una buona ventilazione. Le castagne secche venivano infine selezionate ed erano pronte per essere conservate a lungo o portate al mulino per essere macinate in farina.
L’essiccatoio delle castagne testimonia l’importanza che la conservazione degli alimenti aveva nella vita delle comunità rurali di montagna. In un’epoca in cui ogni risorsa doveva essere valorizzata e conservata, l’essiccazione permetteva di trasformare le castagne in una provvista preziosa per i mesi successivi. Il recupero ha restituito leggibilità alla struttura e alla sua funzione originaria, conservandone gli elementi caratteristici. Oggi l’essiccatoio non è più utilizzabile per la produzione, ma rimane una testimonianza concreta di un sapere antico: uno spazio che permette di comprendere, attraverso l’architettura stessa, i gesti e le conoscenze che hanno accompagnato per generazioni la vita in montagna.







La stalla, come da tradizione, è al livello inferiore dell’edificio. Questa collocazione strategica rispondeva principalmente ad esigenze sia termiche che strutturali. Il calore corporeo degli animali – bovini, ovini e caprini – forniva un prezioso riscaldamento naturale ai piani superiori, di fondamentale importanza in un ambiente alpino dagli inverni lunghi e severi. Di contro, ricavare un solido ambiente interrato assicurava un robusto basamento per l’intera struttura, garantendo stabilità su terreni acclivi.
Le stalle erano spazi vitali per le comunità agricole e pastorali del luogo, sia dal punto di vista alimentare che produttivo. Anche il letame, raccolto nella vicina letamaia esterna, aveva un suo ruolo essenziale, utilizzato come fertilizzante.
Immagine: lovevda.it
Oggi nelle abitazioni della valle le stalle, un tempo cuore pulsante dell’economia domestica, sono state trasformate in ambienti funzionali: taverne, cantine o depositi di vario genere. Tuttavia, nelle ristrutturazioni più attente, come in questo caso, pur mutando la funzione dello spazio, l’assetto originario e i materiali costruttivi sono stati fedelmente mantenuti, rievocando ancora l’originaria atmosfera.
La stalla era uno degli spazi fondamentali della casa rurale del passato, strettamente legata all’allevamento e all’economia familiare. Qui trovavano posto gli animali, risorsa essenziale per il sostentamento e per il lavoro. Le murature in pietra, la volta, le aperture contenute e l’organizzazione dello spazio rispondono a una logica costruttiva concreta, dettata dalle necessità quotidiane e dalle condizioni della vita di montagna. Anche questo ambiente è stato recuperato senza cancellarne i segni. Le pietre e le tracce del tempo rimangono parte integrante dello spazio, permettendo di riconoscere la sua funzione originaria e di immaginare la vita che si svolgeva tra queste mura.





Il fienile è accessibile dal piano di calpestio del terrazzamento settentrionale. In origine era praticamente diviso in due parti separate da una paratia in legno, e serviva famiglie diverse. Nelle piccole abitazioni di montagna come questa, tale ambiente era uno spazio imprescindibile.
Tipicamente posizionato al piano superiore, ma facilmente accessibile, dal punto di vista termico il fienile svolgeva una funzione isolante, proteggendo l’ambiente sottostante dal freddo intenso dell’inverno, nel nostro caso il fondo ad uso familiare. Inglobato nell’abitazione, permetteva di passare facilmente il foraggio nelle mangiatoie della stalla, senza troppi spostamenti in esterno.
I fienili erano di solito mantenuti arieggiati e con ventilazione costante. Dovevano essere ad una certa altezza rispetto al suolo, al massimo a piano terra: questo garantiva la massima protezione dall’umidità e dal gelo del terreno.
La raccolta e la conservazione del foraggio costituivano un passaggio annuale fondamentale per la comunità. Dopo la fienagione estiva negli alpeggi, il fieno veniva riportato a valle e stoccato con meticolosa cura nel fienile. La disposizione attenta era cruciale per ottimizzare lo spazio e preservare la qualità del foraggio.
Parte integrante della vita rurale del secolo scorso, il fienile era destinato alla conservazione del foraggio e alle attività legate all’allevamento. La sua struttura semplice rispondeva a esigenze pratiche, seguendo una logica di essenzialità e funzionalità. Questa era priva del solaio di orizzontamento, presentando direttamente l’estradosso della volta della stalla come piano di appoggio per i foraggi. Nel recupero si è scelto di conservarne il carattere originario, restituendo allo spazio una nuova destinazione. Oggi ospita una piccola sala espositiva e della memoria, dove oggetti, immagini e testimonianze aiutano a raccontare la vita di un tempo e il rapporto profondo tra le persone, la casa e il territorio. Una nuova funzione che mantiene vivo il legame con le origini dell’edificio.





